Lavoro produttivo, lavoro improduttivo
La distinzione e la determinazione di lavoro produttivo e lavoro improduttivo è fondamentale per comprendere la reale natura del Capitale e del suo antagonista diretto: il proletariato, per svelare in maniera scientifica il concetto di classe operaia e l’arcano della produzione capitalistica.
Per una corretta analisi, bisogna specificare che non tutti i lavoratori produttivi sono operai, come non tutti i lavoratori improduttivi sono parassiti o piccolo borghesi. Lavoro produttivo astrattamente inteso, al di fuori di modi di produzione specifici, è qualsiasi attività lavorativa che produce valore d’uso. È come dice Marx un “ricambio organico” tra uomo e natura.
Lo stesso processo di produzione è l’unità tra il processo produttivo e il processo di valorizzazione, così come la merce è unità e scambio. Inteso rispetto in produzione di valori d’uso, tutto il lavoro è lavoro produttivo.
Lavoro produttivo e lavoro improduttivo, sono determinati dallo specifico modo di produzione dominante. Produttivo e improduttivo sono concetti mobili; trasformandosi il modo di produzione, possono trasformarsi gli stessi concetti di lavoro produttivo e lavoro improduttivo.
Il lavoro, in quanto capacità lavorativa dell’operaio, separato dal capitale, non è produttivo, così come non è produttivo fino a quando resta nell’ambito della circolazione mercantile semplice (m-d-m) o si scambia con reddito.
Allora, quando diventa produttivo? “Lavoro produttivo, nel senso che, nello scambio con la parte salariale del capitale (la parte del capitale spesa in salario) non solo riproduce questa parte del capitale (o il valore della propria capacità lavorativa) ma oltre a ciò produce plusvalore per il capitalista. È produttivo non solo il lavoro salariato che produce capitale (ciò significa esso riproduce, accresciuta, la somma di valore che è stata spesa in esso, ossia che restituisce più lavoro di quanto solo la capacità lavorativa la cui lavorazione è maggiore del suo valore). (K. Marx, Teorie del plusvalore, Vol. 1°).
Il lavoro produttivo nella società capitalista, non ha nulla a che vedere con il particolare contenuto del lavoro, né con la sua utilità. Non è il suo valore d’uso, ma il valore di scambio che interessa al capitalista.
Un lavoro dello stesso contenuto può essere produttivo o improduttivo a secondo se rientra nel rapporto di sfruttamento dominante.
La produzione capitalistica non è rivolta alla soddisfazione dei bisogni; ma è produzione di plusvalore. Il capitalista ottiene plusvalore solo con lo scambio con il lavoro, che per questo, si può definire lavoro produttivo.
Il lavoro produttivo descrive il rapporto e il modo in cui la forza-lavoro sta all’interno del modo di produzione capitalistico.
Il lavoro produttivo trasforma le condizioni di lavoro in capitale e il possessore del capitale in capitalista: esso produce non una merce specifica, ma il capitale stesso. Lavoro produttivo è quel lavoro che scambiandosi direttamente con denaro in quanto capitale, per l’operaio riproduce il valore della propria forza lavoro, mentre per il capitalista è creatore di valore, di plusvalore.
“Il concetto di operaio produttivo non implica dunque una relazione tra attività ed effetto utile, fra operaio e prodotto del lavoro, ma implica anche un rapporto di produzione specificamente sociale, di origine storica, che imprime all’operaio il marchio del capitale. Dunque, essere operaio produttivo non è una fortuna ma una disgrazia” (K. Marx, Il Capitale Vol. 1° Cap. 1°).
L’operaio produttivo si trova a essere quello che meno gode e usufruisce della ricchezza da lui prodotta, per questo è una disgrazia essere operaio produttivo: egli produce ricchezza ma per gli altri.
Questa differenza è importante riguardo l’accumulazione, perché è noto lo scambio con il lavoro produttivo che è condizione della trasformazione del plusvalore in capitale.
I lavori improduttivi sono tutte quelle prestazioni o servizi che si scambiano con reddito, che consumano solo reddito.
“ …è lavoro produttivo il lavoro che produce merci, è lavoro improduttivo quello che produce servizi personali. Il primo comprende (a eccezione del lavoro che forma la capacità lavorativa stessa) tutta la ricchezza materiale e intellettuale esistente in forma di cosa, tanto la carne quanto i libri; il secondo comprende tutti i lavori che soddisfano qualunque bisogno immaginario o reale dell’individuo, o anche si impongono all’individuo contro la sua volontà” (K. Marx, Teoria del plusvalore Vol. 1°).
Il lavoro produttivo comprende tutto il lavoro materiale o immateriale che entra nella produzione di merci. Il lavoro improduttivo è tutto il lavoro che non entra nella produzione di merci.
Ai prestatori di servizi le loro prestazioni sono merci, ma per il compratore non sono che valori d’uso. Ovviamente i lavoratori improduttivi non ottengono gratis il loro reddito, essi devono lavorare per acquistare le merci, ma non hanno comunque niente a che fare con la produzione di queste merci.
“La capacità lavorativa del lavoratore produttivo è una merce per il lavoratore stesso. Tale è (anche quella) del lavoratore improduttivo. Ma il lavoratore produttivo produce merce per il compratore della sua capacità lavoratore. Il lavoratore improduttivo produce per lui un semplice valore d’uso, non una merce, produce un valore d’uso immaginario o reale. È un elemento caratteristico del lavoratore improduttivo, quello di non produrre nessuna merce per il compratore, ma di ricevere invece da lui” (K. Marx, Teoria del plusvalore Vol. 1).
Lo scambio di denaro contro il lavoro non ci rivela ancora nulla della reale natura di questo scambio. Quando il denaro, in quanto capitale, acquista, merce forza-lavoro, esso si valorizza; quando invece il denaro, in quanto reddito, si scambia contro una prestazione o servizio, non c’è nessuna valorizzazione ma consumo di denaro. Quando, il denaro si scambia con il lavoro senza che quest’ultimo produca capitale, esso acquista non lavoro produttivo ma un servizio. Che il lavoro sia più o meno utile, è un risultato della divisione sociale del lavoro. In un certo senso il lavoro improduttivo, dunque, diventa una funzione di una parte dei lavoratori e il lavoro improduttivo di un’altra parte.
La divisione lavoro produttivo/lavoro improduttivo, non è perciò morale o politica, antropologica o psicologica, ma scientifica. Questa distinzione rimanda a tutta una serie di ragionamenti, tra i quali i fini della produzione. Diceva a proposito H. Lefebvre: “Molto più libero di spirito dal puritano e moralista Smith, in quanto assume una posizione critica nei confronti dell’economia e dell’economicismo. Marx non respinge più come “parassitari” molteplici “servizi”. D’altra parte, è interessante e, se vi si riflette, anche un po' paradossale che il movimento operaio e la politica che si definisce “proletaria” abbiano spesso ripreso la posizione dell’economista borghese contro quella di Marx. L’economicismo, il moralismo hanno le loro esigenze.
Ci troviamo ancora una volta di fronte alla domanda: “che cosa è la produzione?”, nel senso ampio del termine. In questo senso, produrre conoscenza, opere, gaiezza, piacere, e non soltanto cose, oggetti, beni materiali scambiabili. Marx ha sempre respinto la riduzione e le tendenze di pensiero riduttivo che vedeva dappertutto attorno sé” (H. Lefebvre, Il marxismo e la città, Mazzotta, 1973).
Perciò, allontanarsi dalla definizione che dava Marx di lavoro produttivo/lavoro improduttivo significa, consapevolmente o meno, allontanarsi dal processo di liberazione della classe operaia e perdersi nelle nebbie mistiche dell’idealismo.
Il lavoro improduttivo può negare o non negare nuovi rapporti sociali, comunque non produce, è esso stesso, riflesso del lavoro produttivo ed è da questo, determinato, tanto nella quantità, quanto nella qualità.
Detto in altri termini: il lavoro produttivo produce anche la negazione del modo di produzione capitalistico, mentre il lavoro improduttivo, in questo caso è il lavoro non capitalistico, residuo del passato, o sta all’interno del modo di produzione capitalistico per scopi improduttivi, e in questo caso non si contrappone al capitale. Anzi, una parte di esso è utile al capitale per mantenere l’ordine costituito.
Sviluppo dell’analisi
Se teniamo conto delle considerazioni sopra dette si deve notare che l’area produttiva di plusvalore è in continua espansione negli stessi paese a capitalismo avanzato.
Dati presi da fonti OCDE
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OCDE (x mille) |
1963 |
1979 |
1983 |
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Partecipazione attiva (occupati e disoccupati) |
285.000 |
347.000 |
364.000 |
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Di cui addetti all’industria |
98.200 |
110.000 |
103.000 |
Facciamo un esempio evidente: il trasferimento dei servizi domestici prestati tradizionalmente dalla donna casalinga, o da donne di servizio (scambio di lavoro con reddito) a imprese di lavanderia, stireria, pulizia, accudimento dei bambini ecc. che impiegano lavoro salariato (scambio di lavoro con capitale).
Ma non si tratta solo di ciò. Spesso dietro i dati sulla diminuzione della classe operaia si celano puri artifici statistici. Per fare degli esempi: un lavoratore che fa il doppio lavoro è un salariato o due? (cioè un posto di lavoro è stato realmente soppresso o no?). Un lavoratore in nero esiste statisticamente o no? Da queste perplessità apparentemente di puro ordine statistico, appaiono problemi di ben più rilevante importanza. Spesso alla espulsione di classe operaia non corrispondono una diminuzione di posti di lavoro, ma una assunzione di doppio lavoro da parte degli occupati, oppure un’assunzione di lavoro in nero da parte di disoccupati e da parte di stranieri immigrati. Tutto lavoro che ovviamente costa la metà di quello regolare al capitalista. Dunque molto spesso la cosiddetta espulsione di classe operaia dal ciclo produttivo, in sostanza si traduce in maggior sfruttamento dei lavoratori, che ufficialmente risultano disoccupati, nell’economia sommersa.
Nei servizi produttivi all’impresa industriale, le condizioni di lavoro avvicinano sempre di più gli “impiegati” alla condizione operaia.
Molte volte il gonfiamento del settore dei servizi, è un risultato di un puro e semplice scorporo statistico del lavoro dei servizi produttivi, tradizionalmente qualificati come lavoro industriale. Il processo di “satellizzazione” che la grande impresa ha posto in atto nei paesi a capitalismo avanzato, al fine di risparmiare sui costi di lavoro, ha investito da tempo i servizi produttivi. Attività lavorative come la progettazione, la manutenzione, la programmazione, la contabilità ecc. prima inserite nel lavoro industriale, spesso ora, in quanto gestite da imprese più o meno realmente indipendenti dall’impresa industriale, appaiono statisticamente come lavoro nei servizi o terziario.
Dunque, negli stessi paesi a capitalismo avanzato non solo il lavoro produttivo di plusvalore è in espansione, ma anche cosiddetta riduzione del lavoro industriale è molto relativa e le informazioni statistiche vanno prese con molta cautela.
Il mito della scomparsa della classe operaia
Marx osservava la tendenza del capitalismo a ridurre il tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione di ogni merce.
Al contrario di ciò che profetizzavano i fautori dei licenziamenti (che sostengono che grazie a essi si sarebbero creati altri posti di lavoro in altri settori) la ristrutturazione ha comportato (e comporta tuttora) un’estensione mai vista della disoccupazione industriale.
ITALIA (x 1000 DISOCCUPAZIONE TOTALE
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1979 |
1982 |
1985 |
1986 |
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1582 |
1955 |
2381 |
2611 |
L’innovazione tecnologica, in pratica l’applicazione dell’informatica nel processo produttivo ha permesso dei salti di produttività in quasi tutte le branche della produzione, rendendo esuberanti migliaia di lavoratori. I computer con le loro capacità di calcolo, hanno rivoluzionato con la gestione delle imprese, la robotica, in altre parole con la sostituzione di alcuni movimenti dell’operaio nella costruzione di macchine, hanno rivoluzionato il modo di fabbricare.
E soprattutto sui robot si è scatenata la fantasia di alcuni scrittori che profetizzano la sostituzione dei robot agli operai, come conseguenza della scomparsa di questi ultimi.
Questa visione si scontra con alcuni fati della realtà. Chissà perché il paese dove si sono installati il maggior numero di robot industriali (il Giappone) è anche uno dei paesi dove la diminuzione della classe operaia industriale è stata inferiore.
GIAPPONE (X MILLE) OCCUPAZIONE
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1965 |
1980 |
1983 |
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POPOLAZIONE CIVILE OCCUPATA |
47.300 |
55.360 |
57.330 |
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DI CUI NELL’INDUSTRIA |
15.330 |
19.560 |
19.330 |
Fermo restando che rimane vera la tendenza alla diminuzione progressiva del lavoro socialmente necessario alla produzione delle singole merci, dobbiamo vedere quali controtendenze agiscono alla sostituzione dell’operaio con i robot:
1) La robotizzazione non annulla la forza-lavoro impiegata, ma solamente la diminuisce. Cìoè continua a essere necessaria un’ampia presenza umana, senza la quale tutto il lavoro si blocca;
2) Il “robot costa” quindi il capitalista non lo fa costruire, non sviluppa la ricerca per la sostituzione di “ogni lavoro operaio” ma solo laddove ciò gli permette economie per supporto alla quantità di lavoro vivo che sostituisce;
3) In alcuni settori il robot non ha fatto alcuna comparsa, per esempio nell’edilizia;
4) In altri settori si presentano difficoltà tecniche dovute alla complessità dei lavori;
5) In altri settori ancora, in rapido sviluppo, il cambiamento rende impossibile l’investimento massiccio in macchine che rischierebbero di essere superate.
Tutto ciò spiega, che, nonostante la rivoluzione tecnologica dei processi produttivi cominciata dalla fine degli anni ’30, la classe operaia non è scomparsa.
Per quanto riguarda l’Italia, in un riscontro empirico in base ai dati (parziali e insufficienti) dell’ISTAT si è avuto un continuo aumento dei lavoratori salariati. Nel 1993 erano 14,76 milioni (il 71,1 % della forza lavoro), nel 2004 erano saliti a 16,72 milioni (il 72 % della forza lavoro) e nel 2008 hanno raggiunto i 17,5 milioni (il 72 % della forza lavoro). Questi dati non considerano, inoltre, che molti lavoratori formalmente “autonomi” sono nella sostanza sono anche loro lavoratori dipendenti. Per quanto riguarda gli addetti all’industria propriamente detta, cioè quella manifatturiera e delle costruzioni: nel 1993 erano 5,46 milioni, nel 2004 5,35 milioni e nel 2008 5,5 milioni[1]. Si tratta di un aggregato che mette insieme settori molto diversi. Tra di essi vengono inseriti non solo il settore commerciale, ma anche i nuovi settori industriali che hanno ricevuto un impulso straordinario dai trasporti alle telecomunicazioni.
L’industria del trasporto: una branca della produzione industriale
Sotto il termine “servizi” o “terziario”, la pubblicistica borghese tende a mascherare delle branche della produzione industriale.
“L’effetto utile prodotto è legato in maniera indissolubile al processo del trasporto, cioè al processo di produzione dell’industria dei trasporti. Persone e merci viaggiano nello stesso tempo del mezzo di trasporto, di cui il viaggio, il movimento nello spazio, costituiscono precisamente il processo di produzione da esso operato. L’effetto utile è consumabile unicamente durante il processo di produzione; esso non esiste come oggetto d’uso distinto da questo processo, che solo dopo essere stato prodotto operi come articolo di commercio, circoli come merce. Il valore di scambio di questo effetto utile è però determinato, come quello di ogni altra merce, dal valore degli elementi di produzione in esso consumati (forza-lavoro e mezzi di produzione) più il plusvalore he il pluslavoro degli operai impiegati nell’industria dei trasporti ha creato. Anche in relazione al suo consumo, questo effetto utile si comporta in tutto come le altre merci. Se viene consumato individualmente, il suo valore scompare con il consumo; se viene consumato produttivamente, in modo che esso sia uno stadio di produzione della merce che viene trasportata, il suo valore viene trasferito alla merce stessa come valore addizionale. La formula per l’industria del trasporto sarebbe quindi D - M < …P - D’
Pm
poiché viene pagato e consumato, il processo di produzione stesso, non un prodotto da esso separabile” (K. Marx, Il Capitale Vol. 2° Cap. 1°).
Nell’industria dei trasporti, il processo di produzione di questa merce particolare, il cui effetto utile è il trasferimento, implica l’acquisto di forza-lavoro che rende operanti i mezzi di produzione comprendendo i camion, i treni, i vagoni, gli aerei, le navi e tutti i combustili necessari, come pure le strade, le ferrovie e tutte le infrastrutture[2] senza le quali il trasferimento non potrebbe aver luogo.
Questi elementi si possono illustrare nella seguente tabella
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trasporto su strada |
TRASPORTO FERROVIARIO |
TRASPORTO SU NAVE |
TRASPORTO AEREO |
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FORZA-LAVORO (L) |
AUTISTI, OPERAI ADDETTI ALLA MOVIMENTAZIONE DELLE MERCI |
FERROVIERI, CONDUCENTI, OPERAI ADDETTI ALLA MOVIMENTAZIONE DELLE MERCI, ECC. |
EQUIPAGGIOM SCARICATORI OPERAI ADDETTI ALLA MOVIMENTAZIONE DELLE MERCI |
EQUIPAGGIO, PERSONALE TECNICO DI TERRA, OPERAI ADDETTI ALLA MOVIMENTAZIONE DELLE MERCI |
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MEZZI DI PRODUZIONE |
CAMION, BENZINA, GASOLIO, OLIO, PNEUMATICI, DEPOSITI, DEPOSITI, STRADE ECC. |
LOCOMOTIVE, CARBONE, GASOLIO, ELETTRICITà, VAGONI, ROTAIE, INFRASTRUTTURE, STAZIONI ECC. |
NAVI, CARBONE, COMBUSTIBILE, NUCLEARE, DEPOSITI DI MERCIM CAPANNONI |
aerei, cherosene, insfrastrutture aereoportuali |
Dunque ne deriva che gli operai che rendono operanti i mezzi di produzione dell’industria del trasporto creano plusvalore che viene accaparrato dal proprietario dei mezzi di produzione di questa industria. Questo, indipendentemente dalla natura dell’oggetto trasportato, sia che si tratti di una persona che viaggia per suo piacere o di una merce in corso di produzione o che ad essere messa sul mercato dal capitalista industriale per essere venduta.
le imprese di telecomunicazione
Nel settore delle telecomunicazioni si producono segnali, radioelettrici, flussi elettronici ecc., che si trasformano (modulandoli) e inoltrandoli utilizzando diversi mezzi di trasmissione (cavi, reti hertziane, satelliti) collegati tra loro in reti. Questi segnali sono la traduzione di messaggi, chiamati comunemente “informazioni”. Ciò che ci interessa, in questo discorso non è il contenuto di queste informazioni (anche se ovviamente non è irrilevante, ma questo è un altro discorso) ma il processo di lavoro che permette di produrre e inoltrare segnali (allo stesso modo in cui per l’industria del trasporto, il suo carattere produttivo non è legato alla natura dell’oggetto trasportato). Il lavoro produttivo consiste nel fare in modo che queste attrezzature siano costantemente disponibili (lavoro di manutenzione ) e che una volta attivati, i segnali siano inoltrati nelle migliori condizioni di velocità, affidabilità, regolarità (lavoro di regolazione del traffico). L’insieme dei lavoratori che effettuano questi lavori creano del valore. Il plusvalore è accaparrato dai capitalisti proprietari dei mezzi di produzione[3].
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COMMUTAZIONE, ELETTROMECCANICA, SISTEMA ANALOGICO (FINO AGLI ANNI ‘70/’80) |
COMMUTAZIONE, ELETTRONICA, SISTEMA NUMERICO (LINGUAGGIO COMUNE AL TELEFONO, ALLA MEMORIA CENTRALEDEL CALCOLATORE, ALLA TELEVISIONE; BASE PER IL “MULTIMEDIA”) |
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FORZA-LAVORO |
OPERAI DELLE LINEE (SCAVO, POSA DEI PALI) TECNICI DELLA CENTRALI TLEFONICHE TELEFONICHE, CENTRALINISTI FORMAZIONE DI BASE: ELETTROTECNICA |
OPERAI CON UNA QUALIFICAZIONE PIù APPROFONDITA IN ELETTRONICA ED INFORMATICA LAVORI COME QUELLO DE CENTRALISTA SONO A POCO A POCO SOSTITUITI DA DEI SISTEMI DI CONSULTAZIONE ELETTRONICA COME IL MINITEL |
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in |
CENTR RICEZIONE, ALE TELEFONICA ROTATIVA LENEE, CAVI (AEREI, SOTTERRANEI E SUBACQUEI, CABINE TELEFONICHE O STANDARD DI RICEZIONE) RELè HERTZIANI, SATELLITI |
CENTRALI TELEFONICHE, AMPLIFICATORI, RELè HERTZIANI CAVI, FIBRA OTTICA, SATELLITI ATTREZZATURE DI RICEZIONE (TELEFONO, FAX, MEMORIA CENTRALE DEL COMPUTER, ECC.) |
È facile comprendere che il consumo a titolo individuale di questa merce è un consumo non produttivo. Ma, ma esiste un consumo produttivo di questa merce?
Riprendiamo una parte di quanto si è detto prima rispetto al trasporto e applicarlo alle comunicazioni. Infatti, il processo di produzione di alcune merci richiede il ricorso all’industria delle comunicazioni, nel senso largo del termine, cioè, tanto quelle che assicurano collegamenti telefonici, quelle che rendono operanti i mezzi di trasmissione specializzati come le società di trasmissioni satellitari.
Prendiamo il caso delle industrie di produzione televisive. La loro produzione (immagini e suono) deve essere inoltrata fino al ricevitore televisivo. La forma che va a rivestire la vendita di questa produzione (che sia attraverso un canone forfettario, un abbonamento o un pagamento attraverso carta di credito) non influisce nella questione sui trattata. Inoltre, queste immagini e questo suono possono loro stesse essere state oggetto di una o più trasmissioni preliminari prima di essere pronte per la diffusione (è in particolare il caso dei servizi televisivi che sono inoltrati dalle telecamere fino agli studi della catena televisiva, prima di essere trasmessi sulla rete). Tutte queste operazioni che utilizzano i mezzi di produzione delle industrie delle telecomunicazioni aggiungono valore alla merce prodotta dall’industria di produzione televisiva.
Il lavoro gratuito dei lavoratori del trasporto e delle comunicazioni che rendono operanti i mezzi di produzione, crea plusvalore. Sarebbe la scoperta dell’acqua calda dire che non c’è omogeneità (ma in quale settore produttivo esiste un omogeneità tra i lavoratori?). il lavoro in gruppi nei centri di smistamento, con la sua organizzazione e il suo inquadramento è differente da quello dei tecnici di una centrale telefonica elettronica. Gli uni si sentiranno più “spontaneamente” vicini agli operai di una grande impresa, mentre gli altri avranno più difficoltà a collocarsi nella classe operaia. Queste differenze possono ancora essere amplificate sul piano soggettivo per il fatto che molti di questi lavoratori ancora beneficiano di uno status di impiegato o di dipendente dello Stato[4]. Ma il fattore cruciale che facilità la presa di coscienza è la lotta di classe. I grandi movimenti lotta fanno grandemente evolvere la mentalità come diceva un macchinista nel dicembre del 1995 nel periodo delle grandi lotte in Francia: “all’inizio dello sciopero, io mi sentivo macchinista. In seguito, mi sono sentito lavoratore della SNCF[5]. Alla fine mi sono sentito lavoratore”,
Collettivo Comunista Metropolitano – Milano
14 novembre 2024
[1] Negli anni Novanta c’è stata una nuova industrializzazione nel Sud Italia grazie agli investimenti da parte di molte aziende, in particolare la Fiat, dove installò stabilimenti a Montecatini e a Melfi-
Attualmente Melfi è tra situazioni più critiche, dove tra componentistica e logistica si contano oltre 3mila dipendenti. Il contratto di solidarietà in essere nello stabilimento di Melfi, passato in pochi anni da 7.200 dipendenti a 5.400 con gli incentivi all’esodo, l’eliminazione del turno notturno e il prossimo cambio della piattaforma per accogliere i nuovi modelli elettrici ha mandato in crisi la quindicina di aziende che ruotano attorno all’ex Fiat, dove i volumi sono crollati del 57,6% passando dalle 110.820 del primo semestre 2023 ad appena 47.020 automobili tra gennaio e giugno del 2024. https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/08/30/stellantis-il-collasso-manda-in-crisi-aziende-indotto-fiom-peggio-deve-venire/7673062/
[2] Non è un caso che i lavori delle infrastrutture spesso è lo Stato che se ne accolla, scaricando così i costi sulla comunità (e dunque ai lavoratori) e i benefici ai capitalisti.
[3] Il fatto che il proprietario dei mezzi di produzione sia lo Stato, non cambia la natura capitalistica dell’impresa. Non ci si deve scordare la natura di classe dello Stato. Lo Stato non è un organismo neutro al di sopra delle classi sociali. Lo Stato è lo strumento della borghesia, separato e in contrapposizione delle masse. Perciò i mezzi di produzione in mano allo Stato non possono che esprimere i valori della classe dominante.